Esempi

Uno dei più bei ricordi del mio impegno da primo cittadino è senz’altro l’invito a partecipare alla gita scolastica dell’istituto Giovanni XXIII a Roma. Arrivati all’alba a Roma, prima tappa a Città del Vaticano. Visita alla tomba di Giovanni Paolo II, poi Colosseo e al campidoglio da uolter (assente, ahimè). Infine, dopo un frugale pasto da spizzico, visita guidata al Senato della Repubblica.
Minchia.
Fermi fuori dal palazzo, attendiamo guardando arrivare pezzi grossi circondati da bodyguard – solo che non li conosce nessuno. Proviamo a chiedere a qualche addetto chi siano, ma ci rispondono che non possono dirlo, questioni di sicurezza. Arriva il nostro turno, finalmente. Siamo prima indirizzati verso un palazzo adiacente, dove passiamo tutti i vari controlli di sicurezza, i cento ragazzi, i dieci insegnanti, ed io. Vietato portare il cellulare, portare giornali in mano, tenere le mani in tasca, parlare se non interrogati; obbligatoria giacca e cravatta, camminare in fila per due, non fermarsi nei corridoi e seguire rigorosamente il percorso dietro l’accompagnatore, uno dei commessi del senato.
Saliti fino ai corridoi adiacenti l’aula, nei salottini lungo il nostro percorso avviene il primo contatto con la classe dirigente del paese, e l’impatto è devastante. Lo sbraco più totale, giacche scaraventate sulle poltrone, “onorevoli” stravaccati con i piedi sul tavolino, cellulare attaccato all’orecchio e volume di conversazione degno dello stadio olimpico. “Aho, ma ‘ndo stai, quante tacche c’hai” and so on, il tutto mentre noi dobbiamo transitare come scolaretti di prima elementare, solo senza grembiule. La distanza fra il paese reale, noi, e la classe dirigente è agghiacciante.
Mi guardo in giro perplesso, e sinceramente preoccupato dello spettacolo indecoroso che offriamo ai ragazzi, ma ancora non so che il peggio deve ancora arrivare.
Si arriva in aula, finalmente, previa ennesima catechizzazione da parte dei commessi. Si entra in una specie di palco di teatro, piuttosto in alto rispetto ai banchi dei parlamentari, e al momento la seduta è sospesa. Il panorama è già parecchio inquietante, simile a quello della ricreazione a scuola. Aula semi deserta, con i pochi presenti che chiacchierano, che camminano su e giù per l’aula, e soprattutto telefonano – un brusio indistinto come colonna sonora. Improvvisamente, si spalancano le porte dell’aula ed irrompono quasi di corsa centinaia di parlamentari: è stato annunciata la verifica del numero legale e come una mandria di bufali in corsa degna di un film di John Ford, si precipitano ai posti per votare.
Sono le ultime sedute parlamentari della legislatura, il clima è di caduta dell’impero romano: c’è una generale aria di smobilitazione. La seduta inizia e così il dramma: ben presto dai banchi dell’opposizione ci si rende conto che i parlamentari di maggioranza fanno i pianisti, e parte la bagarre: da una parte si urla, si fischia, si chiamano i commessi, i parlamentari imbizzarriti quasi vengono alle mani, i commessi cercano con fatica di riportare la calma… si urla di tutto “Ladri” “Buffoni” “Coglioni”… dall’alto sembra di vedere l’operosità di un formicaio, solo del tutto inconcludente,e molto più rumoroso.
Il caos finisce com’era iniziato, improvvisamente: il presidente dichiara il numero legale non raggiunto, e l’aula si svuota istantaneamente: i bufali scappano, e ritorna la calma.
La dottoressa Cavaliere ed io ci guardiamo sconsolati: non sappiamo dove mettere la faccia.

Sono passati tre anni da quel giorno, ma la situazione non dev’essere migliorata.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...