Come una canzone degli Ota Ota

Sono al banco quando entra un cliente, amico di vecchia data. Un uomo sui sessanta, con pochi capelli bianchi e due begli occhi chiari; non alto ma solido, robusto, dall’aria simpatica, sempre sorridente. Lo noto un po’ dimagrito, ma piuttosto in forma, e gli chiedo come va – è da un po’ che non lo vedo.

“Come, non sai niente?”

“No, perché?”

E mi racconta…

Quindici giorni prima era in campagna, da solo, come sempre. Aveva appena finito di piantare i pomodori, quando all’improvviso viene scosso da un dolore fortissimo al petto. Il tempo di riprendere a malapena un po’ di fiato e un’altra fitta, ancora più forte, dolorosissima, lo fa cadere sulle ginocchia, letteralmente.

Dopo pochi secondi, piano piano riesce a trascinarsi fino al suo tre ruote, e da qui, messolo in moto, a casa.

Il resto è storia di sanità che, a volte, funziona: 118, in ambulanza all’ospedale di Manduria, e da qui di corsa a Lecce. Qui viene letteralmente strappato alla morte, supera due arresti cardiaci, viene operato d’urgenza e dopo pochi giorni di degenza e a un’angioplastica, ora è qui sorridente davanti a me, e niente farebbe immaginare quello che gli è capitato solo pochi giorni prima.

Mi dice: “La cosa più terribile è che io sono stato cosciente sempre, anche durante i disperati tentativi di rianimazione: ricordo tutte le sberle che ho preso, una per una, e ho anche una lussazione alla spalla! Il bello è che quando sono uscito dalla sala operatoria e ho aperto gli occhi, ho visto che l’orologio segnava le 6 e non ci potevo credere, così ho chiesto al medico che era vicino al letto che ore fossero veramente. Lui mi ha guardato sorpreso: si è rivolto al’infermiere e ha detto qualcosa del tipo <<sentilo, prima ci fa prendere paura, e mo’ già parla!>>”

Da qui cominciano a chiacchierare, e lui così racconta al chirurgo che l’ha operato tutta la storia dall’inizio, dell’attacco in campagna e tutto il resto… il medico quasi non gli crede : “Ma come hai fatto a tornartene da solo dalla campagna!?”

E lui “Coll’APO!”

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