Il comizio che non ho fatto

La campagna elettorale è terminata ieri sera con i comizi dei due candidati al ballottaggio. Avendola vissuta da vicino, ma insieme defilato da poterne osservare alcuni aspetti con un sufficiente senso di profondità, voglio affidare a queste righe alcune considerazioni che mi paiono importanti, almeno per me stesso.

Intanto, è stata la mia prima campagna elettorale da candidato consigliere. Dovessi limitarmi a questo, aggiungerei due sole parole: mai più. Non perché sia una cosa brutta, o il risultato non sia stato soddisfacente, la questione è un’altra: semplicemente non fa per me.

Detesto dover chiedere il voto per me stesso, sebbene sia il primo ad ammettere che non ci sia niente di male, anzi: devo accettare questa cosa come un mio difetto congenito, forse legato all’educazione del “non dare fastidio”, o che so io, ma so che mi risulta estremamente difficile star dietro per giorni a persone che ti hanno promesso il voto, e marcarle strette per evitare che cambino idea sotto le pressioni di amici, parenti e conoscenti vari. E poi devi insistere, devi ricordare loro che te lo hanno promesso, devi portare loro i fac-simile… insomma, per me è una tortura alla quale finisco col sottrarmi comunque.

Per non parlare dell’impossibilità di fare campagna elettorale sul posto di lavoro. Pensate un po’: fermare gente che probabilmente ha i suoi problemi, di solito va di fretta, spesso viene a chiederti un consiglio, magari per una prenotazione “impossibile”… tu fai il tuo dovere, o almeno ci provi: come fai poi a cambiare discorso e a chiedere il voto, quasi come una ricompensa per il tuo impegno?

Per carità.

Intendiamoci, sapevo bene a cosa andavo incontro, e ciò nonostante l’ho fatto volentieri, pur in un momento in cui sia a casa che al lavoro la mia assenza sapevo avrebbe tolto qualcosa d’importante alle persone a me vicine. Ripeto: l’ho fatto volentieri, perché io stesso ho fatto di tutto per convincere Dario a candidarsi e quindi non ritenevo giusto poi tirarmi indietro dal mio impegno, qualsiasi scusa o buon motivo ci fosse. Sono sempre stato convinto che Dario fosse l’unico esempio possibile di candidato sindaco onesto, capace e preparato che potesse anche vincerle, queste benedette elezioni, e che potesse quindi ereditare l’amministrazione del comune facendosene carico con onestà e dignità, pur in un contesto così difficile e degradato.

E così mi sono candidato. E ho fatto bene: sia perché probabilmente potrò dare il mio contributo alla prossima eventuale amministrazione Iaia, ma anche perché mi sono divertito un sacco.

Da un lato il nuovo ruolo mi ha consentito un maggior distacco e quindi una maggiore serenità. In più dall’essere un “giovane” (politicamente parlando) mi sono trovato improvvisamente (si fa per dire: sette anni dopo) ad essere uno dei “veterani” – e la compagnia è stata davvero uno spasso.

Non voglio mancare di rispetto ad alcuno, e voglio sinceramente bene a moltissimi dei miei compagni di viaggio delle precedenti avventure nel centro-sinistra, ma in passato ci sono state occasioni in cui mi sono sentito come ad un convegno sulla prostatite.

Voti ne ho presi pochini, un altro po’ me ne hanno annullati, e quindi posso dire che il mio contributo è stato secondario dal punto di vista numerico, e forse sproporzionato rispetto alla visibilità mi è stata concessa nelle prime fasi della campagna elettorale. Ho parlato ben tre volte dal palco, ed è stato davvero divertente. Al primo ero ancora arrugginito, poi sono andato in crescendo, anche grazie alle benevole provocazioni di Bruno D’Oria. Avrei voluto dire ancora parecchie cose, ed è questo uno dei motivi per cui sto dando via un po’ di polvere al blog.

Sul piano strettamente politico però, va detto che questa campagna è stata parecchio deludente: il livello della comunicazione politica in qualche caso persino imbarazzante. Alcuni dei candidati sindaci al primo turno mi sono sembrati parecchio in difficoltà su questo piano, quasi come se soffrissero la sovraesposizione connessa al ruolo. Al secondo turno, al momento quindi della polarizzazione dello scontro fra Iaia e Bellocchi, gli argomenti sollevati sono stati sempre gli stessi: lo stipendio del sindaco, lo stipendo del sindaco, e poi, alla fine, lo stipendio del sindaco. Tristezza.

Ah no, dimenticavo la tesi dell’isolamento: e cioè che, nel caso di una vittoria di Dario, Sava sarebbe stata esclusa da tutti i “giochi” , intesi soprattutto come possibilità di finanziamenti europei, quasi come se il suo perimetro cittadino venisse siliconato.

Questa cosa fa veramente ridere. Immaginare Nichi Vendola, o Gianni Florido che possano permettersi di dare i soldi solo agli amici, e decidere “a Sava si”, oppure “no, lì c’è Dario Iaia” è troppo anche per una mente semplice come la mia. Anche perché è un ragionamento che fa acqua da tutte le parti: soprattutto perché non è vero, visti i precedenti.

La prova è che negli anni recenti Sava ha avuto dalla regione ingentissimi finanziamenti malgrado amministrazioni comunali di diverso “colore” politico: basti pensare ai soldi con i quali è stata finanziata la zona industriale, o il completamento della rete fognaria. Come possono quindi Mancarelli e Bellocchi sostenere simili tesi senza dover ammettere che evidentemente Fitto e i suoi predecessori sarebbero stati più “giusti” e corretti nelle loro decisioni rispetto a Vendola? E poi, dopo aver sentito che, se eletto, Bellocchi sarebbe stato il sindaco di tutti i savesi, come potremmo credere che invece Vendola e Florido (persone di spessore e levatura ben superiori) sarebbero invece dei burocrati meschini dediti alla vendetta politica conto-terzi?

***

Riprendo a scrivere queste righe dopo un attentato a Brindisi che è costato la vita a una studentessa e il ferimento di altre dieci, e un terremoto in Emilia che ha fatto sei morti nella notte.

Ammetto che tutto assume un significato più sfumato, sin quasi all’irrilevanza.

Siamo tuttavia condannati a proseguire le nostre piccole vite anche di fronte alle tragedie più grandi, magari cercando di tirarne fuori qualcosa di buono: certo non si possono impedire i terremoti, ma possiamo magari fare qualcosa di molto importante contro la mafia e i terrorismi, tutti: fare il proprio dovere, semplicemente.

Cosa c’è di più rivoluzionario?

Domani si aprono le urne e scopriremo da chi vogliono essere amministrati i savesi.

Auguri a tutti noi.

2 pensieri riguardo “Il comizio che non ho fatto”

  1. Dottore buona sera e buon lavoro, spero che ci sarà come consigliare nel nuovo consiglio comunale. Le chiedo se adesso può finalmente suggerire al neo eletto Sindaco di prendere in considerazione di realizzare un piano/del colore per i fabbricati del centro storico di Sava, ciò per eliminare lo scempio che si vede ormai da alcuni anni. Grazie

  2. Ciao Nicola, questa è una delle tante piccole cose (a costo zero, fra l’altro) con cui siamo pronti a misurarci. Avendoci provato a più riprese, a suo tempo, per me è una specie di chiodo fisso!

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