noiseFromAmerika sul caso Taranto

Segnalo un post molto ben documentato (e aggiornato) sul disastro ambientale tarantino, le sue probabili cause, e anche qualche proposta per cambiare le cose.

Impressionanti, per chi non li leggesse quotidianamente nella realtà, i dati sulla probabilissima correlazione  statistica inquinamento-neoplasie:

Recentemente, dopo le numerose pressioni mediatiche, sono stati pubblicati i dati del neonato Registro dei Tumori Jonico Salentino. I risultati sono agghiaccianti. In epidemiologia l’indicatore che si usa per capire quanto è rischiosa una area industriale per la popolazione circostante è lo Standardized Mortality Ratio (SMR), che è il rapporto tra la percentuale di mortalità per una data patologia osservata nell’area di interesse e la mortalità attesa di tale patologia in una popolazione media. Come evidenzia la tabella sotto indicata, a Taranto, per la popolazione maschile il SMR è costantemente superiore a 100 in tutti i periodi di studio.

I risultati delle analisi sono praticamente analoghi alle conclusioni dell’Unità di Statistica ed Epidemiologia della ASL TA/1 nel periodo 1998-2002 (Bollettino Epidemiologico n°6, S.C. Statistica ed Epidemiologia ASL TA, Dipartimento di Prevenzione ASL TA, dicembre 2005).

 

Un parco per Sava

Schermata 2009-10-18 a 23.56.18Un nostro concittadino, Massimiliano Saracino, di professione architetto e da tempo residente “fuori”, ha inviato una bella lettera a vivavoce e ai nostri amministratori in cui propone la creazione di un parco pubblico nell’area compresa fra piazza Risorgimento, Istituto Regina Elena e stabilimento Corrado.
L’idea è di coinvolgere la cittadinanza tutta nelle forme più varie (e fantasiose): dalla progettazione alla realizzazione, al finanziamento e così via.
Non so bene quanto sia fattibile, ma non credo sia un fattore rilevante: un po’ di sana e ingenua follia è quello di cui forse questo paese così stanco e depresso avrebbe bisogno in questo momento.

(grazie a Ivano per la segnalazione).

Le cose cambiano /2

Quando da piccolo scendevo in farmacia a curiosare, spesso con la pretesa di dare una mano, una delle prime cose che mi sono state inculcate è stata che i farmaci dovessero sempre obbligatoriamente essere incartati prima di essere consegnati ai clienti. All’epoca per impacchettare le medicine si usavano pochissime buste, e tantissima carta (intestata, di solito)
Dietro c’era tutto un rituale: si tiravano fuori dal cartone i foglioni grandi, e quindi li si tagliava a metà più volte per produrre foglietti delle dimensioni desiderate, il tutto con un coltellaccio dalla lama che da piccolo m’impressionava parecchio.
In linea generale non è cambiato quasi niente: il coltellaccio c’è ancora, si usano ancora carta e buste, solo che il rapporto carta/plastica è rovesciato, 20/80 ad essere ottimisti.
Che questo sia una follia me ne accorgo non tanto come dispensatore di farmaci, ma come consumatore/cliente – ho la casa piena di shopper, e non so più dove metterli. Ogni tentativo anche maniacale di ripiegarli secondo rituale messianico della socia è destinato ad essere inutile, la busta ancora governa il mondo.
Solo che non è detto che le cose debbano andare per forza così, c’è un nero alla Casa Bianca, possibile che per le buste di plastica non si possa far niente? Da consumatore ho (quasi) risolto, giro con la mia brava sacca comprata da Famila a 0,80€ e la porto sempre con me, quando vado a fare la spesa (quasi sempre, l’ho detto prima), e finché posso rifiuto comunque la busta del negozio. Dopo settimane di “no, niente busta, grazie” ora al panificio non me lo domandano più. Mi tocca ancora discutere in vari negozi, quasi scandalizzati che uno porti in mano una busta di frise, o una scatoletta di tonno, ma presto si abitueranno anche loro. Lo stesso se vado al supermercato, il grosso almeno lo metto nella mia sacca.
(Outing: la mia non è una personale, spontanea presa di coscienza, tutto è iniziato quando la socia ha deciso di combattere una guerra senza quartiere alle buste di plastica, e io ci sono semplicemente andato di mezzo. In più, anche in farmacia, alcuni (pochi) rifiutavano la busta di plastica con le stesse motivazioni. Quindi ho deciso di combatterla anch’io, questa battaglia, ma non so ancora se per evitare rotture di balle o per vero convincimento 😉 )
E’ rimasto però irrisolto il mio conflitto intestino fra la “nuova” coscienza ambientalista da consumatore emancipato e l’imprinting di spacciatore di buste di plastica. Ho qualche idea, e qualcosa farò. Molto presto, anche.
Intanto, sempre su segnalazione della socia (credits are due) il prossimo dodici settembre (dopodomani, sabato) è la giornata senza buste di plastica.
Meno male che non sono di turno!