Un po’ di ottimismo

In fondo, anche se il pessimismo ci sta lentamente consumando, e spesso è davvero difficile trovare qualcosa di positivo in quello che ci circonda, siamo pur sempre nel g7, cioè fra i sette paesi più industrializzati del mondo.

Certo però che dall’ottavo posto in poi stanno proprio fregati assai…

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Un conto in sospeso con la Storia

Maglione e pantaloni blu di lana e nylon che i cerini a sfregarli si accendevano senza fatica, scarponcino nero, camicia bianca, la classica “pizza” da marinaio, cordino al collo, e naturalmente guanti di lana imbottiti. … Andammo a cena nel loro albergo, e dopo le solite domande, come stai, cosa mangi, che fai di bello, stai andando di corpo, sai che la divisa ti dona, e cose del genere – i miei cominciarono a parlare di quanto fosse meraviglioso quello che stava accadendo.

Il 24 settembre del 1989 partii per il militare.

Qualche mese prima avevo vinto il concorso per uno dei due posti da ufficiale di complemento farmacista in marina – ’82mo corso AUC/L. Era un’estate che non voleva finire, quella: ancora alla fine di settembre a Livorno gli stabilimenti balneari dell’Ardenza erano pieni di gente.

Non di allievi dell’accademia, però.

Noi eravamo già con la divisa invernale, infatti. Maglione e pantaloni blu di lana e nylon che i cerini a sfregarli si accendevano senza fatica, scarponcino nero, camicia bianca, la classica “pizza” da marinaio, cordino al collo, e naturalmente guanti di lana imbottiti. Era in realtà la cosiddetta divisa “da camera”, in attesa di quella ufficiale con giacca e cravatta nera.

Ma per almeno un mese, in attesa che i sarti adattassero le uniformi preconfezionate alle nostre corporature, si girava così, in maglione e pantaloni. E guanti.

I livornesi giravano in costume da bagno, invece. E sembravano spassarsela molto più di noi.

Non che poi avesse tutta st’importanza, in realtà. Uscivamo poco, un paio d’ore il martedì e il giovedì, un po’ di più il sabato e la domenica. Sempre se non si era consegnati, magari per aver incrociato le gambe sotto al tavolo durante i pranzo, o per non aver accompagnato la chiusura della porta del bagno. O per aver lasciato un sottilissimo pelucco sul maglione, sfuggito alla spazzola adesiva con cui ci ripassavamo l’un l’altro prima dell’ispezione.

Una volta usciti, poi, non avendo cellulare, cercavamo subito un telefono per chiamare la fidanzata, e a volte i genitori. Quindi ci si chiudeva in qualche locale per poter bere qualcosa, di solito fumando per poter almeno togliere i guanti, ormai zuppi.

In tutto ciò c’erano anche lati positivi: si faceva un sacco di sport, dal nuoto al basket, al calcio, alla vela, e poi non si guardava nemmeno la televisione. In sala lettura c’erano solo tre giornali per duecento persone, così alla fine non si leggeva nemmeno. DI solito, nelle serate in accademia, si finiva per giocare a biliardo, o a guardare i cadetti indiani che giocavano a boccette. Fenomeni.

Passavano i giorni, arrivò finalmente la divisa bella(!), e aspettando la fine dei corsi, speravamo che qualcuno ci venisse a trovare. I miei genitori vennero nel mese di Novembre.

Andammo a cena nel loro albergo, e dopo le solite domande, come stai, cosa mangi, che fai di bello, stai andando di corpo, sai che la divisa ti dona, e cose del genere – i miei cominciarono a parlare di quanto fosse meraviglioso quello che stava accadendo. Io annuivo, ma tutto sto entusiasmo per l’accademia mi pareva esagerato, in fondo era una grande rottura di palle, pensavo. Ma non volevo nemmeno essere io a sminuire la mia grande avventura. Così continuavo ad annuire. Poi capii.

Non era del mio grado di aspirante guardiamarina, che parlavano.

Una settimana prima era caduto il Muro di Berlino – e io non lo sapevo.

“Ragazzi, complimenti a tutti. È la cosa più bella capitata a questo mondo dal 1989. E buonanotte.”

(Wittgenstein)

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