La parola fine

Luca mi ha convinto definitivamente, amen.

Il quorum è una garanzia, non un ostacolo, per l’applicazione della democrazia. Serve a impedire che pochi decidano per tutti, non a impedire che molti possano decidere. Fino a che crediamo nell’applicazione della democrazia, l’astensione consapevole è sicuramente un diritto (ne scrissi già qui), ma l’obiettivo primario è ottenere che più cittadini possibile possano esprimere la loro volontà. E ogni accorgimento perché ne abbiano l’opportunità e sia loro facilitata la scelta se votare o no, è desiderabile e necessario.

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Referendum

La questione dell’accorpamento del referendum con le prossime elezioni provinciali ed europee ritorna a tenere banco. I 400 milioni di euro di possibile risparmio, ipotizzzati da un editoriale di lavoce.info, sono tornati d’attualità ora che se ne ipotizza un utilizzo a favore dei terremotati. La proposta è stata fatta propria da Franceschini per il Pd, che spera di acuire i rapporti fra Lega e PdL.

A questo punto, è bene ricordare infatti qual è il contenuto del quesito referendario: se vincesse il SI, il premio di maggioranza, attualmente assegnato alla coalizione vittoriosa alle elezioni, verrebbe assegnato alla lista più votata, consentendo in pratica quel bipolarismo perfetto da tanti agognato. Ora, è evidente che l’altro partito della coalizione al governo, la Lega, veda questa possibilità come il fumo negli occhi: in pratica renderebbe il PdL del tutto autosufficiente sul piano elettorale, e porrebbe fine al potere d’interdizione della lega stessa. Non a caso, Bossi ha dichiarato pubblicamente che, qualora il referendum passasse, si aprirebbe immediatamente una crisi di governo.

Facciamo ora un passo indietro: in mezzo a tante voci scandalizzate di fronte allo spreco di denaro ipotizzato dal governo, devo segnalare che, quasi inascoltati, alcuni da sinistra hanno provato a far notare come la questione economica sia del tutto trascurabile rispetto alle regole della vita democratica di un paese. In pratica la posizione sarebbe la seguente: “E’ vero, c’è un quorum da raggiungere, ma è prassi sitituzionale che non può essere evitata col trucco del risparmio accorpando le elezioni, altrimenti sdoganato questo principio,  i danni per la democrazia porebbero essere ben superiori”.

Tesi suggestiva, ma all’epoca non molto accreditata. Non da me, almeno, che su questo blog ho pure perorato la causa…

Ora però che la questione monta decisamente, comincio a chiedermi se quei profeti di sventura non avessero invece ragione… anche tralasciando le questioni di principio, non è che a noialtri è sfuggito un dettaglio?

Tralascio tutto e dico solo: forse al Pd e a tanti promotori del referendum, in buona parte campioni dell’antiberlusconismo e della lotta contro il “regime”, è sfuggito un dettaglio. Se si fa l’election day, si raggiunge il quorum. E se si raggiunge il quorum – con Pd e Pdl, giornali e tv, Confindustria,  cabarettisti, blogger [aggiungete qui chi preferite] schierati per il sì – vince il sì. E se vince il sì, questo vuol dire che dal giorno dopo in Italia vige una legge elettorale per la quale la singola lista che prende più voti si prende anche la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento.

Ecco, siamo sicuri che sia proprio questo quello che vogliamo?