Un altro piccolo sforzo

Dopo “soli” cinque anni dall’insediamento dell’amministrazione Maggi, pare che la gara d’appalto per il servizio di raccolta rifiuti porta-a-porta sia in dirittura d’arrivo.

Salvo ricorsi al TAR, sempre (molto) probabili.

Qui potete trovare un’interessantissima intervista al titolare dell’azienda che gestisce un servizio simile a Rutigliano.

(grazie a Enrico Consoli, che lo ha segnalato su feisbuc)

Il comune di Rutigliano (18.000 abitanti), si candida a diventare, con le sue percentuali di raccolta differenziata, uno dei comuni Ricicloni di Legambiente. Potrebbe addirittura entrare nella Top ten Assoluta della Puglia, scalzando così dal suo primato Monteparano (che invece conta 3.000 abitanti).

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Le cose cambiano /2

Quando da piccolo scendevo in farmacia a curiosare, spesso con la pretesa di dare una mano, una delle prime cose che mi sono state inculcate è stata che i farmaci dovessero sempre obbligatoriamente essere incartati prima di essere consegnati ai clienti. All’epoca per impacchettare le medicine si usavano pochissime buste, e tantissima carta (intestata, di solito)
Dietro c’era tutto un rituale: si tiravano fuori dal cartone i foglioni grandi, e quindi li si tagliava a metà più volte per produrre foglietti delle dimensioni desiderate, il tutto con un coltellaccio dalla lama che da piccolo m’impressionava parecchio.
In linea generale non è cambiato quasi niente: il coltellaccio c’è ancora, si usano ancora carta e buste, solo che il rapporto carta/plastica è rovesciato, 20/80 ad essere ottimisti.
Che questo sia una follia me ne accorgo non tanto come dispensatore di farmaci, ma come consumatore/cliente – ho la casa piena di shopper, e non so più dove metterli. Ogni tentativo anche maniacale di ripiegarli secondo rituale messianico della socia è destinato ad essere inutile, la busta ancora governa il mondo.
Solo che non è detto che le cose debbano andare per forza così, c’è un nero alla Casa Bianca, possibile che per le buste di plastica non si possa far niente? Da consumatore ho (quasi) risolto, giro con la mia brava sacca comprata da Famila a 0,80€ e la porto sempre con me, quando vado a fare la spesa (quasi sempre, l’ho detto prima), e finché posso rifiuto comunque la busta del negozio. Dopo settimane di “no, niente busta, grazie” ora al panificio non me lo domandano più. Mi tocca ancora discutere in vari negozi, quasi scandalizzati che uno porti in mano una busta di frise, o una scatoletta di tonno, ma presto si abitueranno anche loro. Lo stesso se vado al supermercato, il grosso almeno lo metto nella mia sacca.
(Outing: la mia non è una personale, spontanea presa di coscienza, tutto è iniziato quando la socia ha deciso di combattere una guerra senza quartiere alle buste di plastica, e io ci sono semplicemente andato di mezzo. In più, anche in farmacia, alcuni (pochi) rifiutavano la busta di plastica con le stesse motivazioni. Quindi ho deciso di combatterla anch’io, questa battaglia, ma non so ancora se per evitare rotture di balle o per vero convincimento 😉 )
E’ rimasto però irrisolto il mio conflitto intestino fra la “nuova” coscienza ambientalista da consumatore emancipato e l’imprinting di spacciatore di buste di plastica. Ho qualche idea, e qualcosa farò. Molto presto, anche.
Intanto, sempre su segnalazione della socia (credits are due) il prossimo dodici settembre (dopodomani, sabato) è la giornata senza buste di plastica.
Meno male che non sono di turno!

Della Cai e del mostro di Taranto.

C’è qualcosa d’inquietante nella presenza di Riva nella cordata Alitalia, molti infatti lo interpretano come l’obbligato “ringraziamento” per l’intervento del ministro Prestigiacomo in favore dell’ILVA di Taranto, di cui Riva è proprietario. Ma non solo.

Nel 2007, i rilevamenti effettuati per conto della Regione Puglia da parte dell’ARPA (agenzia regionale per la prevenzione e la protezione dell’ambiente) mostravano valori elevatissimi di diossina nell’aria, pur se inferiori ai valori massimi previsti dal D.Leg 152/06. La Regione propone quindi al ministero dell’Ambiente di fissare limiti più stretti per l’emissione di diossine, e di adeguare i limiti italiani a quelli fissati dai paese più avanzati in materia di protezione dell’ambiente. E tutto ciò, proprio in sede di rilascio dell’AIA, l’Autorizzazione Integrata Ambientale necessaria all’ILVa per continuare a produrre.

“Tuttavia, una volta ottenuti i risultati si è posta la questione del confronto dei livelli riscontrati con i valori limite indicati dalle normative vigenti: il problema sorge dall’impossibilità di raffrontare il valore della concentrazione totale dei 17 congeneri previsti dalla norma, corretta per la tossicità equivalente (I-TEQ), con il limite di legge del D.Lvo 152/06, pari a 10 ng/m3, che si riferisce invece alla concentrazione totale di tutti i 210 congeneri di diossine e furani.”

(Governatore Vendola al ministro Pecoraro Scanio)

Non se ne fa niente.

I nuovi rilevamenti effettuati nel 2008 riportano valori di diossine ancora più elevati, la Regione Puglia minaccia di legiferare autonomamente il recepimento dei valori limite indicati nella convenzione di Aarhus, così come fatto dalla Regione Friuli Venezia Giulia per lo stabilimento ex-Lucchini. In particolare i nuovi limiti sarebbero di 0,4 ng/m3 espressi in tossicità equivalente.

Ecco quindi piombare sulla vicenda Il ministero dell’ambiente della nostra Prestigiacomo che scrive nel settembre 2008 all’ARPA Puglia contestando i valori riscontrati:

«Le campagne di rilevazione effettuate – è scritto – non possono essere ritenute valide ai fini dell’individuazione di specifiche criticità ambientali e per imporre limiti più elevati rispetto a quelli definiti dalle norme o raggiungibili con le migliori tecniche disponibili».

(Taranto sociale)

«Ci hanno contestato che nel 2005 e nel 2006 sono state effettuati dei campionamenti non coerenti con quanto prevedeva la legge del 2007» risponde il direttore dell’ARPA Assennato. «Sinceramente non so come facevamo ad adeguarsi a una legge che non esisteva ancora».

Insomma, non si può fare. I limiti rimangono quelli e l’inquinamento pure, anzi peggio.

Il tutto viene subito dopo lo stravolgimento del testo unico in materia di sicurezza sul lavoro (voglimo parlare dei morti all’ILVA?) e l’accentramento di tutte le autorizzazioni a produrre (le AIA di cui sopra, prima anche regionali). Ora, di fronte al progetto del Governo di chiedere un rinvio della firma del protocollo UE sul rispetto del trattato di Kyoto, risuonano familiari le parole che Riva scrisse già nel dicembre 2007 al governo:

In una lettera al Governo del 14 dicembre Emilio Riva avverte che l’eventuale riduzione delle emissioni di anidride carbonica comporterebbe “la necessità di fermare parte significativa degli impianti in uso. Il personale – afferma – colpito da tali riduzioni non potrebbe essere inferiore, anche nell’ipotesi più conservativa, alle quattromila unità”…

(fonte politicamentecorretto)

Il che rappresenta esattamente la visione del governo: leggete pure qui.

Povera Italia, e povera Taranto.

Il cerchio si chiude

Qui si era discusso lungamente del problema fogna, della costruzione del depuratore, e del possibile smaltimento delle acque residue in mare. Ora a leggere la pagina del quotidiano di Taranto che ho in mano, viene “qualche” dubbio:

Dalla condotta sottomarina fuoriesce liquame giallo-marrone, tipico dello scarico di fogna. A lanciare l’allarme è il sommozzatore ambientalista Fabio Matacchiera

[…]

La condotta fu realizzata per portare i reflui depurati dal depuratore Gennarini verso il largo del mare, ad una distanza dalla costa di circa 3km e ad una profondità di 80 m.

[…]

La condotta, secondo l’ambientalista, continua a scardinarsi in più punti, crollando su se stessa e le arti di cui è costituita (giunti o tubi di acciaio rivestiti di calcestruzzo) si stanno distanziando per molti metri fra loro, spinti dai continui cedimenti per tutta la lunghezza della condotta stessa”

Ricapitolando: si paga circa 140€ per svuotare la fossa settica, col rischio che venga svuotata direttamente nelle campagne, come più volte verificato. Ma anche nella migliore delle ipotesi, e cioè che venga effettuato un corretto trasporto verso il depuratore Gennarini, lo stato della condotta sottomarina è tale che i reflui vanno a finire in mare a “460m circa di distanza da alcuni stabilimenti balneari della zona di San Vito“.

Anche se il problema forse è già a monte: possibile che le acque depurate siano un “liquame giallo-marrone” ?

E soprattutto viene da chiedersi se a questo punto non abbiano ragione gli ambientalisti a non fidarsi di una eventuale condotta sottomarina per lo smaltimento delle acque del futuro depuratore consortile di Sava-Manduria.

Se tutto va bene siamo in un mare di guai.