Fiumicino, Italia

Questa mattina alle otto meno un quarto il mio amico nepalese S.T. è arrivato in aereo a Roma da Bangkok.

Per fargli avere il visto turistico – starà in Italia meno di un mese – avevo fatto tutte le pratiche richieste dalle legge: fideiussione bancaria, lettera d’invito e tutto il resto.

Ottenuto il regolare visto, dunque, S.T. è arrivato questa mattina a Fiumicino.

Alla dogana, ingresso per i non comunitari, i poliziotti di frontiera l’hanno ovviamente fermato e gli hanno chiesto i documenti, tutti perfettamente in regola.

Ciononostante gli hanno detto che doveva seguirli in una stanza riservata. Lo hanno fatto aspettare un po’ poi lo hanno fatto entrare in un’altra stanza, dove c’erano sei poliziotti.

Gli hanno fatto un sacco di domande (tutto normale, per carità).

E poi gli hanno chiesto 200 euro per uscire dall’aeroporto.

S.T. ha provato a opporsi, dicendo che aveva tutti i documenti in regola. Loro hanno risposto che non gliene fregava nulla, o sganciava i 200 euro o lo rimandavano a casa.

Allora S.T. ha telefonato, con il suo cellulare, al console che a Kathmandu gli aveva dato il visto. Questi gli ha consigliato di non opporsi e di provare a trattare sul pizzo.

S.T. allora ha trattato, offrendo venti euro, un decimo della richiesta. I poliziotti hanno riso, ma hanno risposto che siccome sembrava un ragazzo se la sarebbe cavata con un biglietto da cento.

S.T. glieli ha dati. Ovviamente, nessuna ricevuta.

E così è potuto uscire dall’aeroporto.

Io lo aspettavo fuori e quando mi ha raccontato questa storia mi è venuto il sangue caldo nelle vene. Volevo entrare a vedere in faccia gli estorsori in divisa, ma S.T. mi ha pregato di lasciar perdere, con tutta la fatica che aveva fatto a uscire, e poi voleva solo andare a casa a farsi una doccia.

Con S.T. nella saletta d’attesa della polizia di frontiera c’erano altre cinque persone, tutte provenienti da Nepal o Bangladesh. Non so se anche a loro hanno imposto il pizzo, ma ritengo improbabile che quello accaduto al mio amico sia stato un caso isolato.

Mi chiedo quante migliaia di euro si spartiscano ogni settimana i poliziotti di frontiera di Fiumicino.

Adesso, naturalmente, non so cosa fare. Vorrei fare un esposto in procura, ma il mio amico mi prega di lasciar perdere, ha paura che poi se la prendano con lui. Certo, cento euro per un nepalese sono quasi un mese di stipendio, ma tanto lui sa che non li recupererà mai. E poi sarebbe la sua parola contro la loro, quelli negheranno e nella stanza dove è avvenuta l’estorsione non c’erano testimoni neutrali. Senza dire che se mai dovesse partire un’inchiesta, non farebbero neppure in tempo a interrogarlo, visto che lui tra un mese sarà già tornato in Nepal.

Così oggi mi si è aperto un altro squarcio sul marciume di questo paese. Uomini che rappresentano lo Stato che estorcono soldi a soggetti deboli – gente che viene da Paese sfigati e che non ha idea dei propri diritti – con l’arroganza di chi sa che non verrà mai denunciato.

Chissà se il capo della Polizia Antonio Manganelli ha una vaga idea di come i suoi uomini presentano l’Italia, all’aeroporto di Fiumicino, nell’aprile del 2009

(Gilioli)

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