Il vento non è cambiato per niente

(Meglio ancora, per continuare il paragone marinaresco: il vento è girato in poppa, e noi stiamo ancora con le vele cazzatissime)

Dopo le vittorie alle amministrative e ai referendum si poteva pensare che il PD facesse tesoro di quei successi in modo meno cialtronesco, manifesti a parte:  l’occasione era ghiotta per poter dimostrare di essere un’alternativa seria a questo governo di ……………………………. (mettete voi il termine, io li ho finiti).

E invece: la contorsionistica presa di posizione sulla tav (si, però, forse), la colossale figura di cacca incassata ieri con l’astensione sulla proposta dellIdV sull’abolizione delle province, la dilettantesca gestione della posizione del partito sulla legge elettorale (siamo ancora a D’Alema contro Veltroni) fanno pensare che abbia ragione ancora una volta il tanto criticato Matteo Renzi.

Rottamiamoli, anche senza incentivi.

Solo Civati prova a metterci un po’ di buon senso.

 lo schema è quello di sempre: un centrosinistra diviso, che si scambia accuse. Alcuni passano per burocrati conservatori, altri per qualunquisti inclini alla demagogia. La ragione, ovviamente, sta nel mezzo, a mio modo di vedere: ci vorrebbe più chiarezza, da parte del Pd, e più responsabilità, da parte dell’Idv (così, in un colpo solo, mi sono inimicato tutti i dirigenti, ma sono certo che molti elettori, quasi tutti, la pensano come me). Le province le vogliamo superare? Non possiamo presentare un testo condiviso, accidenti? Dobbiamo farci dare le pagelle dai quei rivoluzionari del Terzo Polo? E, pensando al futuro e alla nostra politica, vogliamo romperlo, questo schema? Vogliamo far vedere qualcosa di diverso? Vogliamo stabilire che i tre principali partiti di governo del centrosinistra si presentino in Parlamento e di fronte agli italiani con una proposta condivisa e non più con-divisi (perché stanno insieme, ma sempre fino ad un certo punto) come sono ora?

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Facciamo i Cicchitto della situazione

Una volta detto l’ovvio, e cioè che il risultato del referendum è solo l’ultimo sintomo dell’avvenuta dissoluzione del consenso berlusconiano, farei però molta attenzione a interpretare il risultato in modo trionfalistico per il centrosinistra.

Non mi pare che l’avvenuto distacco dell’elettorato dall’attuale maggioranza possa ancora interpretarsi come un chiaro segnale di apprezzamento per la parte opposta, al di là degli innegabili segnali di vitalità del suo elettorato – ancora confinato, però, nello steccato del 28/30%.

Insomma, non mi pare proprio che ci sia nel centro-sinistra qualcuno capace d’intercettare e di guidare questa grande richiesta di cambiamento.

(A parte Aldo Maggi, dico)

(edit: A ‘sto giro, il più saggio pare Di Pietro. Dico: Di Pietro! Sarà l’eclissi di luna di domani)

La mia analista politica preferita

Pensavo che il quorum non venisse raggiunto, ed ero in buona compagnia.

Avevo letto i pronostici di Francesco e la sua analisi mi pareva condivisibile. Anch’io quindi avrei giurato su una partecipazione intorno al 40%. Solo la socia ha provato, inutilmente, a farmi riflettere su una possibile falla del ragionamento: e cioè che gli elettori non necessariamente sono di destra, quando votano a destra – e lo stesso vale anche per la sinistra, ovviamente.

C’è una frazione di elettorato pronta a cambiare opinione, e capace di ragionare sulle proprie posizioni a seconda delle circostanze – infatti i governi e le amministrazioni cambiano.

D’altro canto come stupirsi: io sono quello che aveva pronosticato Miami.

Parlando con franchezza

Io delle questioni sollevate dai referendum non me ne sono occupato per niente. Aspettavo con pigrizia che mi capitasse qualche articolo, post, o volantino, che spiegasse chiaramente le ragioni del si e del no ai vari quesiti.

Mi ero ormai rassegnato a votare solo per appartenenza, se non per ideologia (“l’alto valore simbolico”), poi ho trovato questo articolo, che mi pare molto ben fatto.

Magari, può essere utile anche a qualcun altro.

Detto ciò, io sono quasi dello stesso orientamento dell’autore: voterò tre si e un no sul secondo quesito sull’acqua (scheda gialla). Diversamente da Costa, voterò però si al referendum sul nucleare, perché qui e ora la gestione di una politica energetica nucleare in mano a questo governo (ma direi all’attuale classe politica italiana in toto) è davvero di una pericolosità inimmaginabile, tale da superare qualsiasi questione di principio, su cui pure in linea teorica potrei essere d’accordo.

 

A proposito dell’acqua pubblica e privata, del pd e del referendum

L’IdV ha annunciato una raccolta delle firme per un referendum abrogativo degli articoli del decreto Ronchi che sanciscono “la privatizzazione dell’acqua”.

Premesso che non ho un’idea molto definita a riguardo, quando nell’ultimo Ballarò Bersani si è detto “amico” dei referendari, ma contrario all’uso dello strumento del referendum ho pensato che avesse ragione: non si raggiungesse il quorum, il risultato verrebbe visto come favorevole al testo di legge che si vuole abrogare.

Il Pd intende quindi depositare in parlamento una proposta di legge.

Quindi?

Quindi niente, ha ragione Zoro, come al solito.

Però, come ricordato più volte da Giggi durante la trasmissione, in Parlamento il Pd ha 100 parlamentari in meno, ragion per cui, matematica alla mano, ogni progetto di legge presentato dal Pd, per quanto ben fatto, sembra destinato a perdere.
Esattamente come il referendum, probabilmente più del referendum. Cambiare gli equilibri tra chi vota perché ci crede dovrebbe essere più alla portata che cambiare gli equilibri tra chi vota per lavoro. Il problema è portare la gente a credere in quello che vota, andando a votare di conseguenza.

La parola fine

Luca mi ha convinto definitivamente, amen.

Il quorum è una garanzia, non un ostacolo, per l’applicazione della democrazia. Serve a impedire che pochi decidano per tutti, non a impedire che molti possano decidere. Fino a che crediamo nell’applicazione della democrazia, l’astensione consapevole è sicuramente un diritto (ne scrissi già qui), ma l’obiettivo primario è ottenere che più cittadini possibile possano esprimere la loro volontà. E ogni accorgimento perché ne abbiano l’opportunità e sia loro facilitata la scelta se votare o no, è desiderabile e necessario.

Referendum

La questione dell’accorpamento del referendum con le prossime elezioni provinciali ed europee ritorna a tenere banco. I 400 milioni di euro di possibile risparmio, ipotizzzati da un editoriale di lavoce.info, sono tornati d’attualità ora che se ne ipotizza un utilizzo a favore dei terremotati. La proposta è stata fatta propria da Franceschini per il Pd, che spera di acuire i rapporti fra Lega e PdL.

A questo punto, è bene ricordare infatti qual è il contenuto del quesito referendario: se vincesse il SI, il premio di maggioranza, attualmente assegnato alla coalizione vittoriosa alle elezioni, verrebbe assegnato alla lista più votata, consentendo in pratica quel bipolarismo perfetto da tanti agognato. Ora, è evidente che l’altro partito della coalizione al governo, la Lega, veda questa possibilità come il fumo negli occhi: in pratica renderebbe il PdL del tutto autosufficiente sul piano elettorale, e porrebbe fine al potere d’interdizione della lega stessa. Non a caso, Bossi ha dichiarato pubblicamente che, qualora il referendum passasse, si aprirebbe immediatamente una crisi di governo.

Facciamo ora un passo indietro: in mezzo a tante voci scandalizzate di fronte allo spreco di denaro ipotizzato dal governo, devo segnalare che, quasi inascoltati, alcuni da sinistra hanno provato a far notare come la questione economica sia del tutto trascurabile rispetto alle regole della vita democratica di un paese. In pratica la posizione sarebbe la seguente: “E’ vero, c’è un quorum da raggiungere, ma è prassi sitituzionale che non può essere evitata col trucco del risparmio accorpando le elezioni, altrimenti sdoganato questo principio,  i danni per la democrazia porebbero essere ben superiori”.

Tesi suggestiva, ma all’epoca non molto accreditata. Non da me, almeno, che su questo blog ho pure perorato la causa…

Ora però che la questione monta decisamente, comincio a chiedermi se quei profeti di sventura non avessero invece ragione… anche tralasciando le questioni di principio, non è che a noialtri è sfuggito un dettaglio?

Tralascio tutto e dico solo: forse al Pd e a tanti promotori del referendum, in buona parte campioni dell’antiberlusconismo e della lotta contro il “regime”, è sfuggito un dettaglio. Se si fa l’election day, si raggiunge il quorum. E se si raggiunge il quorum – con Pd e Pdl, giornali e tv, Confindustria,  cabarettisti, blogger [aggiungete qui chi preferite] schierati per il sì – vince il sì. E se vince il sì, questo vuol dire che dal giorno dopo in Italia vige una legge elettorale per la quale la singola lista che prende più voti si prende anche la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento.

Ecco, siamo sicuri che sia proprio questo quello che vogliamo?